Andrea Gomma è l'uomo ideale

Ieri notte mi sono lasciata coinvolgere dalla visione di un film che non avevo mai visto, intitolato Nottataccia, mai titolo fu più adatto a questi tempi.
E' una commedia del 1992, diretta da Duccio Camerini, con Stefania Sandrelli, Massimo Wertmüller, Massimo Bellinzoni, Massimo Bonetti, Giorgio Gobbi, Maurizio Mattioli. 
La storia è ben congegnata e abilmente recitata da Massimo Wertmüller che veste i panni di un atipico prof. di latino, tale Andrea Gomma, il quale s'innamora di una bellissima donna che spia dal buco di una parete. Susanna è il nome della donna di cui s'invaghisce ma non sarà semplice conoscerla, corteggiarla...
In questa commedia si affrontano numerose tematiche, anche quella dell'omosessualità. E' estremamente interessante la figura del travestito, si chiama Gino e la sua voce suadente inganna il povero e ingenuo Andrea Gomma.

Cine 34
Ch.34
Nazionali
29 Mar
00.47
Durata
35'

QUESTI FANTASMI DI EDUARDO DE FILIPPO SU RAI 3 CON MASSIMO RANIERI

Trasferire un’opera teatrale in tv è un’operazione titanica, come ad esempio equiparare o far dialogare Pittura ed Architettura: si deve pensare alla Cappella Sistina, non certo alla Street-Art.
Nell'adattamento del 2011 della celeberrima commedia eduardiana Questi fantasmi, il teatro viene trasferito pedissequamente sullo schermo. 
Per chi non conoscesse la storia, Pasquale Lojacono è un uomo di mezza età che si trasferisce in un palazzo del '600 assieme alla giovane e avvenente moglie Maria. Il protagonista ha stipulato un accordo molto vantaggioso con il proprietario dell'immobile: potrà tenere gratuitamente la residenza qualora riesca a mettere a tacere le dicerie secondo cui l'edificio sarebbe popolato da spiriti.


Chi va al cinema (o vede un film in TV) non è predisposto mentalmente e culturalmente alla rigida unità di spazio della commedia drammatica: ci si aspetta di librarsi tra la Bulgaria di uno 007 o il Vietnam di un Rambo: ed infatti su altro canale in contemporanea vi era uno scoglioso Di Caprio Redivivo in un inospitale Canada di frontiera. 
Ed invece ci si rinchiude in un ambiente di quattro mura per oltre due ore, e nemmeno nel castello del Conte Dracula ci si sente così in pena.
Infatti gli spazi del palazzo seicentesco di oltre venticinque stanze dove è ambientata la commedia, si riducono ad un’unica scena, come nemmeno nella peggiore scenografia di un teatro di periferia. 

Ed ora parliamo dell’attore principale: Massimo Ranieri nei panni di Pasquale Lojacono. 

E' un po’ troppo compassato in un abito e cappello da guappo napoletano, che è associabile più ad un padrino siciliano, che ci riporterebbe maggiormente ad un Benigni da Johnny Stecchino, o al film di Aldo, Giovanni e Giacomo ambientato in America: Al, John e Jack; ci si aspetterebbe più un intercalare tipo “miiiiii…..” di sicula memoria, che non una parlata in grammelot di un eccessivo linguaggio partenopeo, ancora più eccessivo se si pensa che viene espresso da un napoletano doc quale è Ranieri. 
Fino all’ultimo si fa fatica a comprendere se il “cornuto” sia consapevole e pertanto consenziente, o semplicemente vittima degli eventi sovrannaturali, da lui stesso creati. 

Cosa penso degli altri attori: 

La moglie Maria, interpretata da Donatella Finocchiaro, non ha certo la statura di una Sofia Loren del film precedente; quanto al grande Enzo De Caro della Smorfia, si fa fatica a riconoscerlo se non per la voce inconfondibile ma il trucco ridondante; 
l’altrettanto grande Gianfranco Jannunzio, il “cornificante”, anche lui scompare nella dinamica dei fatti. 

Forse l’attore che maggiormente emerge nella storia è il portiere dell’edificio, Ernesto Lama, forse l’unico che riesce a rappresentare un personaggio di Eduardo (che forse, vedendo il film, si è rotolato nella tomba). 

Un ultimo pensiero: vi è un ulteriore personaggio che non è interpretato da nessuno, quindi presente ma soltanto ipotizzato: il dirimpettaio del balcone. 

Vi era la possibilità di creare un simpatico dialogo da vico napoletano, ma anche questo viene ridotto a veloci monologhi senza la tempistica di una risposta, e quindi senza possibilità di replica: un’occasione mancata. 

Roma, 20/03/2020 

LAMATITASPUNTATA 

GUIDO DEL CORNO’ 

Jannuzzo magnifico cantastorie nel suo Recital

Recital è il titolo dello spettacolo di Jannuzzo in scena al Teatro 7 dal 25 febbraio al 15 marzo 2020.
Gianfranco Jannuzzo è un cantastorie irresistibile nel suo Recital, che alterna aneddoti a liriche, raccontandosi. Partendo dal suo amore per la recitazione e il teatro e la sua voglia di rappresentare il mondo attraverso le varie tipologie umane più o meno ridicole, porta in scena i suoi cavalli di battaglia, spiegando al pubblico la sua Sicilia così come l'ha vissuta e conosciuta. Il doveroso e affettuoso ricordo della sua amata famiglia rivive attraverso il pianoforte che contiene ricordi incancellabili e per renderli noti lui quel pianoforte lo suona nel corso dello spettacolo.

 La Sicilia non è solo la sua Terra ma è un ponte tra le culture e le popolazioni che vengono accolte e ospitate. 
Lo stupore nei suoi occhi e nelle sue parole è seguito da un canto dolce e amaro, che come un mare nostalgico lo culla perché è insito nei suoi gesti intimi o manifesti, persino nella sua ironia.
L'umorismo conferisce leggerezza alla sua visione della Sicilia e dell'Italia intera che ama attraverso i dialetti di cui si fa portavoce.
Jannuzzo è il suo Recital.
Andatelo ad ammirare al Teatro 7 anche in un periodo come questo perché l'epidemia della risata vi contagerà sicuramente e sarà bello essere curati dal teatro, un antidoto efficace e indolore.

di Tania Croce 

Boom di risate con Max Paiella

Può uno spettacolo coniugare musica, contenuti e divertimento dalla prima all'ultima battuta? Max Paiella ci è riuscito, nonostante il momento delicato che stiamo vivendo, condizionati da un panico smisurato per la temuta epidemia che ha terrorizzato la gente allontanandola da tutto, anche dal teatro. Senza il pubblico uno spettacolo non può andare in scena ed è questo il motivo per cui Paiella al termine di una prima straordinaria come quella di ieri sera al teatro Golden, ci ha ringraziato con il cuore.
Accanto a un polistrumentista eccezionale come Flavio Cangialosi, Max con la chitarra in mano come fosse il prolungamento del suo corpo, in simbiosi con le note musicali, ha raccontato la musica in modo inedito e sorprendente mentre il video di un viaggio per le vie di Roma scorreva alle sue spalle. Nelle ideali tappe di questo viaggio, Max ha ricordato pezzi amatissimi che il pubblico ha cantato, mostrando come alcuni accordi, possono andare bene per qualsiasi canzone, giocando a cantare con tutti noi.
Un gioco intervallato da riflessioni ironiche e lucide sull'uomo, sui suoi pregi e i difetti. Un vero e proprio Boom il suo spettacolo che valica i confini italiani, giungendo in Inghilterra, in Svezia e in America, per tornare qua a cantare come se non ci fosse un domani.
Tra cover, imitazioni esilaranti e dialetti abilmente sciorinati, arrangiamenti armoniosi e bellissimi, la sirena illuminata all'inizio si è spenta, anche se il pubblico avrebbe voluto continuare a cantare. Max Paiella è un intrattenitore preparato e abilissimo, è un comico, cantante, imitatore, vignettista e musicista italiano.
Collabora con Radio 2 nella trasmissione Il ruggito del coniglio, durante la quale, all'interno della rubrica Il Momento Musicale manda in scena svariati e pittoreschi personaggi. È il cantante della band Blues Willies insieme a Claudio Gregori (il Greg della coppia Lillo & Greg).
Sarà in scena al Teatro Golden fino al 15 marzo 2020 per la mia gioia. Andate a vederlo!

di Tania Croce

                                   Alcune scene dello spettacolo del 25 febbraio 2020

Eva Lopez, la piccola Piaf. L'intervista

Dopo il concerto omaggio al Teatro Ghione di Roma il 18 febbraio 2020 dedicato a Charles Aznavour, un vero e proprio ambasciatore di bellezza nel mondo, incontriamo l'artista internazionale Eva Lopez, nella cui discografia scopriamo un album intitolato Je t'aime (2008) che mi ricorda J'aime Paris au mois de mai, l'omaggio ad Aznavour nato da un'idea di Fernanda Tassoni (Presidente di Alliance Française Catanzaro e con il supporto di Francesco Saverio Mollo (Console onorario di Francia a Cosenza) per la regia di Sebastiano Somma, un meraviglioso viaggio concerto con Philippe Boa e un gruppo di musicisti davvero eccezionali come il suo direttore artistico e chitarrista Pino Iodice.

Intervista di Tania Croce

Hai cantato l'amore nel mondo, omaggiando Edith Piaf, dopo aver ispirato Pierre Malar nella sua scuola di canto. Quanto c'è di Edith in te, nella tua voce e nella tua formazione?

Edith me l’ha portata l’universo. Ho fatto un casting a Parigi perché Pierre Malar lanciato dalla Piaf, mi ha scelto per cantare Quand tu chantais (Quando cantavi) e da lì è iniziata la mia storia.
Abbiamo fatto un cd per Manodrey production e Vincent Breget productions che ancora mi segue. Ho aperto con il brano dedicato a Edith Piaf il Festiva du Luchon, una manifestazione canora simile al vostro Festival di Sanremo. Tutto ha avuto inizio da qui. Edith mi ha guardata e ha detto: vai! Pierre Malar ha riconosciuto in me la sua madrina, la sua stella. L’Ambasciatrice francese mi ha scelta di ritorno da una tournée in Messico e mi ha aperto tutte le porte. Ho incontrato il mio chitarrista e direttore artistico Pino Iodice. Ho girato per vent’anni anni a fare concerti. Ho portato a Roma questa canzone e in Italia mi chiamavano la piccola Piaf. Lei è dentro di me, è una mamma spirituale.

Il concerto di Roma nasce da un ambizioso progetto, ossia quello di tramandare l'eredità di un cantante e uomo d'altri tempi. Quanto il presente musicale ha bisogno di radicarsi nel suo passato e perché?

Per sapere dove vogliamo andare è bene ricordare chi siamo e da dove siamo venuti. Questo omaggio a Charles Aznavour quando mi ha chiamato madame Fernanda Tassoni per presentarmi il progetto artistico, sono rimasta un po’ colpita. L’idea che una donna potesse cantare Aznavour per un intero concerto non era facile ma mi ha riportato alle mie radici. Parla della vita, dell’amore, del dolore, della morte, degli uomini, delle donne, dei bambini, parla di tutto questo grande uomo e il suo è un viaggio interculturale. Le sue note sono le note del mondo. Ho accettato perché cerco di essere sempre sincera come dice ne L’istrione. Voglio essere sincera davvero. 

Quali sono i tuoi prossimi concerti e dove potremo venirti ad ascoltare?

Spero di fare un tour in giro per il mondo come abbiamo fatto con il maestro Iodice. Questo concerto a Roma è il mio ritorno. Avevo staccato qualche anno. Si riparte con i due produttori Sandro Fabiano e Stefano Baldrini che stanno lavorando in questa direzione e che conoscono le date. Non ci fermiamo qua. Voglio ringraziare l’Italia perché mi ama e ritornare da un pubblico che mi ama mi ha emozionato tantissimo. Anch’io amo il pubblico italiano immensamente. In qualsiasi parte del mondo c’è la magia quando c’è l’amore. Sono grata a madame Tassoni e amo molto anche Catanzaro e la magia che contiene questo luogo. Sono grata anche a Sandro e a Stefano che sono anche i produttori di Silvia Mezzanotte.

Per te cantare è?

Per me cantare è vivere. Cantare, sentire, condividere le emozioni con il pubblico è il mio leit motiv. L’amore è tutto. Quando arriva l’amore giunge la pace. L’amore son battiti di cuore. Sono cresciuta con i cavalli e loro sono il mio mondo. Canto con loro. Cantare è una forma di yoga e di vera pace. Cantare è essere nell’universo e portare la luce. Questo è cantare per me. La lingua italiana quando si parla si canta. Forse è per questo che mi trovo bene con voi, pur essendo di origine spagnola. Quest’intervista per me è un canto. Ho collaborato con una certa disabilità, tenendo lezioni di canto ai non vedenti. E’ stata un’esperienza per me fantastica. Ho collaborato con Tiziana Sensi e pur avendo dato lezioni di canto a una persona non vedente lei mi vedeva e cantava con me. Il canto è universale.

Alcune immagini del concerto al Ghione

Casa di frontiera quando il nord e il sud fanno ridere

Gennaro Strummolo e la sorella Addolorata, sono due napoletani trapiantanti al nord, i quali non essendo riusciti a rimpatriare dopo la secessione, sono confinati come gli indiani nelle riserve, nei Centri Raccolta e Identità Culturale e costretti a vivere in una casa al confine col territorio padano. La messa in scena è curata dal suo autore Gianfelice Imparato ricordando la regia della prima edizione affidata a Gigi Proietti. L'addetta alle riserve, Olga, la seducente Claudia G. Moretti è un'assistente sociale biondissima e severa che tenta di educare i due meridionali 'lombardizzati' e impartisce loro lezioni per sradicarli dalle proprie origini.
Una successione di battute ed equivoci, mostra quanto sia veritiero e utile il monito di Paul Valery: "arricchiamoci delle nostre reciproche differenze".
Francesco Procopio è perfetto nel ruolo che interpreta, imprigionato in una casa,  con indosso un abito, un linguaggio e una vita che non gli appartiene fino alla consolante visione del suo bel presepe illuminato.
Splendida Alessandra D'Ambrosio, la sorella che non riesce a perdere la cadenza dialettale e che ama senza speranza Ciro (Giovanni Allocca), una specie di deus ex machina che giunge per distruggere o forse per ricostruire un valore dimenticato come l'appartenenza a una tradizione incorruttibile e indispensabile come quella napoletana.
Lo spettacolo ha un profondo risvolto multiculturale e la sua valenza risiede nell'attualità e nell'autenticità delle tematiche trattate.
Un applauso al cast e all' autore di una pièce estremamente coinvolgente e divertente, che sarà in scena fino al 1 marzo 2020 al Teatro Ghione.

di Tania Croce 

Dire sì a Paolelli e alle sue scene da un matrimonio al Teatro Roma

Scene di puro divertimento si susseguono nella commedia in tre atti di Mario Alessandro Paolelli Il matrimonio nella buona e nella cattiva sorte che ha debuttato il 20 febbraio al Teatro Roma con la Compagnia Un Teatro da Favola.
Il matrimonio visto dalla parte degli invitati, è una prospettiva curiosa e interessante che consente al pubblico di rispecchiarsi nei protagonisti della pièce corale ed ironica ma non troppo. Si riflette sui luoghi comuni, sull'importanza data al pettegolezzo superfluo e devastante.
La sconfinata umanità dei personaggi travolge e diverte fino all'ultima battuta.
Lo spettacolo è unico nel suo genere e in alcuni momenti cinematografico come quello in cui si riavvolge il nastro e tutto torna al punto di partenza.
Il conte impersonato magnificamente da Paolelli seduce col suo grammelot partenopeo e le sue costanti riflessioni che s'imprimono come aforismi utili da memorizzare e ripetere al momento giusto.
La logorroica e snervante pettegola, l'irresistibile Sara Miele, è colei che tutti vorrebbero invitare a un ricevimento di nozze perché senza di lei sarebbe tutto noioso e scontato.
Impeccabile Francesca Romana Biscardi, depositaria taciturna ed esaurita delle confessioni di tutti gli invitati, non ultimo il piagnucoloso eppure divertente Pietro Clementi, nella parte del marito abbandonato da cinque mesi e con il cell a vista nell'attesa della telefonata oppure del fatidico sms che ridarà gioia al suo cuore in pena.
Applausi alla contessa, la bravissima Valentina Marziali che sulla scena è la moglie e compagna rassegnata del conte, un uomo appassionato più dei cavalli che di tutto il resto e allo sposo (Daniele Boris Trombetti), agitatissimo forse immotivatamente per le presunte corna della moglie appena sposata, il quale rompe la quarta parete per scendere tra il pubblico e salutare gli amici.
Bravi anche Alessandro Frittella e Claudio Contini, l'uno imbranato e balbuziente al momento di dichiararsi a una donna, l'altro impenitente gigolò nonostante l'anello al dito.
In un ricevimento di nozze non possono affatto mancare le giovani non più giovanissime e graziose single che del matrimonio non vogliono sentir parlare, le belle e simpatiche Grase Ambrose e Livia Lucina Ferretti.
Tutte le tipologie di invitato alle nozze sono portate sul palcoscenico da Mario Alessandro Paolelli nella pièce per tutti in scena fino al 1 marzo 2020 al Teatro Roma. Lo spettacolo è meraviglioso, consigliatissimo!

di Tania Croce

Più bello ed esilarante di prima torna lo spettacolo sul matrimonio di Mario Alessandro Paolelli al Teatro Roma. L'intervista

Il matrimonio (nella buona e nella cattiva sorte), è uno degli spettacoli più belli visti negli ultimi anni che torna "più bello e più superbo che pria" nell'accogliente Teatro Roma dal 20 febbraio al 1 marzo 2020.
Incontriamo il suo elegante e ispirato autore e interprete per un'intervista che avrei voluto fare da tanto tempo.

Intervista di Tania Croce

Nella tua commedia brillante e straordinaria, prendi spunto dal matrimonio, considerato il giorno più bello o uno dei più belli della vita, dando una visione sui generis di questo evento analizzato con la lente d'ingrandimento della tua ironia. Me ne vuoi parlare?

Una volta un sacerdote secondo me 'illuminato' (mi abbandono al giudizio), mi disse che il matrimonio alla fine è una festa, una bella festa, ma vivere insieme per sempre è tutto un altro paio di maniche. Ai tempi dei nostri genitori, dei nostri nonni poi non ne parliamo, le coppie separate erano una minoranza, quasi dei pària rispetto alla massa. Ora è tutto il contrario. Trovare una coppia stabile e stabile da anni sembra essere diventata un'impresa. Che vuol dire questo? Per 'alleggerire' mi affido ad una battuta che viene detta dal Conte, uno dei personaggi della commedia: "Le cose cambiano. Mio nonno combatteva i prussiani, mio padre combatteva i tedeschi e io, sì e no, combatto il colesterolo". E' difficile, restando obiettivi, formulare un pensiero sul matrimonio ecco perché nella commedia abbiamo due anime. Quella cinica e sarcastica del Conte, di cui sopra, che dice: "Il matrimonio ha molti dolori ma stare da soli non ha gioie.", riassumendo una visione anche pessimistica, e quella di Emilio, uomo felicemente sposato, che dice: "Non volevamo avere un'amore con l'uscita di sicurezza come la convivenza. Se pensi, anche solo se lo pensi, che possa essere 'per sempre', perché allora non sposarsi?"

Lo spettacolo corale, demolisce letteralmente la quarta parete, ti senti un po' petroliniano per questo?

Io sono sempre stato contrario, da spettatore, alla rottura della quarta parete. Eppure, da scrittore, ho infranto questa regola non scritta almeno un paio di volte. Ho visto che può servire per movimentare lo spettacolo, l'importante è che il pubblico venga chiamato in causa nella sua totalità e non prendendo i singoli ma comunque, drammaturgicamente, deve esserci un valido motivo.

A chi ti sei ispirato nella stesura della pièce e ci sono novità rispetto alla versione ammirata al Teatro 7?

Mi sono ispirato alla realtà, alle diverse situazioni 'matrimoniali' e di coppia con le quali sono venuto a contatto. Rispetto alla scorsa versione? Beh, intanto la squadra è cambiata per una buona metà, quasi tutte le attrici ed un attore fanno parte della Compagnia 'Un Teatro da Favola' che sta spopolando per gli splendidi spettacoli per ragazzi in ogni parte d'Italia. Tutti validi ed entusiasti professionisti. Inoltre ho approfittato per togliere un personaggio, asciugare ancor di più il terzo atto ed inserire delle gag esilaranti che ancora non mi rendo conto del perché non le avessi messe prima!!!

Pensi che il matrimonio nella buona e nella cattiva sorte, s'ha da fare e quale messaggio trasmetti al pubblico dei nostri tempi?

Ritorno al concetto espresso prima. Se in cuor tuo pensi che sia per sempre, perché non farlo? Giusto darsi anche l'opportunità di sbagliare. Forse, consiglierei di sposarsi non troppo presto, perché la vita, le esperienze, cambiano le persone. E la persona che hai scelto in età 'giovanile' non resterà la stessa durante il percorso. E riuscire a crescere insieme nello stesso modo non è semplice.


Ringraziando Mario Alessandro Paolelli (in foto) per quest'intervista deliziosa, invito tutti a vedere questo spettacolo in scena al Teatro Roma dal 20 febbraio al 1 marzo 2020

Si rinasce dalle macerie nel nuovo spettacolo di Marzia Ercolani. L'intervista



Atto Nomade Marzia Ercolani presenta MUNNE - ‘O MUNNO DIFFERENTE in scena dal 4 al 9 febbraio allo Spazio 18b

L'intervista di Tania Croce

Antonin Artaud è il suo Teatro della Crudeltà che denuda, scarnifica, portando alla luce la verità e la bellezza della mente umana. Mi pare nella tua pièce sia un miraggio la conquista della luce, la pulizia in mezzo all'immondizia. Tale ricostruzione ed elevazione dalle macerie dell'esistenza è il punto di partenza e il fine del tuo spettacolo?

La meta verso cui vanno i due personaggi. La fine dunque. Ma è più appropriato dire un nuovo inizio.

Parlami della genesi della pièce a partire dal titolo.

La lingua drammaturgia ricorda un dialetto campano. Il titolo è un gioco di parole, porta in sé il seme della piccola giostra che sarà tutto il racconto. “Munne” sottolinea e unisce tra loro, come la luce e l’ombra, la munnezza (immondizia) e il mondo. “Il mondo (o’ munne) differente” è una definizione connessa alla raccolta differenziata ma fa eco anche al desiderio di un mondo differente verso il quale andare, un mondo che sta dentro ognuno di noi e che potrebbe, se ascoltato, trasformare la società odierna. Il progetto è nato da una mia urgenza di raccontare che dalla spazzatura, grande protagonista del mondo contemporaneo, sia essa materiale, sia essa interiore, c’è la possibilità di riciclare quello che sembra inutile in nuova vita, la possibilità di rinascere dalle macerie facendone una strada verso la rinascita.

MUNNE - ‘O MUNNO DIFFERENTE è una preghiera rivolta agli uomini oppure agli dei, una sorta di divinità pagana come fosse un rifugio ideale al riparo dalle cose terrene?

E' una preghiera rivolta agli uomini per ritrovare il senso della sacralità delle piccole cose, la sacralità dell'anima, la sacralità della terra. Tutto il racconto è un piccolo circo sacro e profano, pagano e monoteista al contempo. L’essere umano è uno e molteplice. Divino e terreno al contempo. 

 In questo spettacolo ti senti più angelo, oppure fata dispensatrice di bellezza?

 I due esseri che abitano questo progetto sono una donna/dea decadente e un folletto/dio bambino. In questo spettacolo non sono io a sentirmi angelo o fata, ma i personaggi lo sono. Nella mia visione, tutto il mondo femminile, ossia la madre terra stessa, e tutto il mondo infantile continuano ad essere buttati via, scartati, sfruttati, sminuiti, violati, in un sistema sociale contemporaneo ancora profondamente basato sul patriarcato e sulla gerontocrazia. Eppure nel sentire lunare femminile e nella purezza dell’infanzia c’è la magia della creazione. I due personaggi sono angeli caduti che riciclano poesia, bellezza e vita dalle rovine. Così come angelo caduto è ogni anima che viene al mondo e che durante tutta una vita cerca di imparare nuovamente a volare. Basterebbe ricordarci che abbiamo le ali e che possiamo sempre trasformare la nostra ruggine in oro. 

Lo spettacolo sul recupero della consapevolezza e della coscienza dell'essere umano, sarà un tuffo nella contemplazione della nostra interiorità, al riparo da ogni immondizia materiale ed esistenziale 


Dall’inferno il coraggio della denuncia. Il dramma di Carlo Petrini

Debutto nazionale per Giuseppe Manfridi autore, interprete e regista dell’atto sesto di Diecipartite , “Il gesto di Pedro” in scena dal 26 gennaio al 5 febbraio 2017 al Teatro dell’Angelo, progetto nato da un’idea di Daniele Lo Monaco, che ne cura anche l’organizzazione. “Dopo quattro anni torna Diecipartite con il suo nuovo Atto VI – afferma Giuseppe Manfridi –  dedicato all’odissea umana, spirituale e sportiva del calciatore Carlo Petrini, detto Pedro, scomparso nel 2012. Petrini è stato autore di vari libri tra cui “Nel fango del Dio pallone” (pubblicato nel 2000 dalle edizioni Kaos), una violenta rapsodia autobiografica capace di suscitare un vero e proprio terremoto nel mondo del calcio.
In una partita giocata il 14 dicembre del ’75, Petrini, che vestiva allora la maglia giallorossa, si rese protagonista di un gesto tanto semplice quanto sconcertante al punto da essere rimasto inciso nella memoria di tutti coloro che erano presenti quel giorno allo stadio. Dopo essersi divorato nei primi minuti di gioco una serie di gol già fatti, Pedro, mortificato, conquistò il centro del campo, e alzando la mano destra come in segno di resa chiese scusa a tutto lo stadio. Pochi minuti dopo segnò il gol della vittoria.
di Tania Croce
PennadorodiTania CroceDesign byIole