Identità, educazione alla diversità, teatro nella mia tesi di Pedagogia interculturale

Questa è una sintesi della mia tesi di laurea in Scienze dell'educazione e della formazione. 
Il titolo della tesi è: Il Teatro come veicolo d'intercultura, per cui mi sono servita di testi teatrali elaborati nella laurea in Storia del teatro e dello spettacolo, delle pièces teatrali viste e recensite e di letture pedagogiche nuove ed entusiasmanti. Questa volta mi è giunto in soccorso il mio blog, dove sono contenute alcune recensioni degli spettacoli citati. Quindi Pennadoro è sia tra le note che nella Sitografia!  Grazie Pennadoro!
Se siete curiosi di leggere la sintesi della mia tesi, mi trovate d'accordo!!! 

La diversità è fonte di novità e arricchimento, ciò accade quando si scopre qualcosa di nuovo e inaspettato. Ho scelto come chiave di lettura e veicolo d’intercultura il teatro, ossia lo spazio adottato da secoli per la rappresentazione e l’interpretazione del mondo. Il teatro sarà la mia lente d’ingrandimento sull’intercultura, come luogo d’incontro, integrazione e scambio costruttivo, creativo e possibile. Stranieri a noi stessi di Julia Kristeva, è un libro molto interessante che orienta e inaugura il mio percorso di ricerca e studio pedagogico e l’ho trovato illuminante perché l’autrice s’interroga sulla cultura dell’identità e sul nostro modo di vivere da stranieri o con gli stranieri, ricostruendo il destino dello straniero nella civiltà europea e delle minoranze, essendo forte in questa fase storica l’esigenza di riconoscere la propria e le altrui identità, in un contesto europeo e globale. Nei tre capitoli della tesi, affronto il tema dell’educazione alla diversità, un vero e proprio percorso di studio, un viaggio per scoprire se stessi, confrontandosi successivamente con l’altro. Per il mio personale percorso è stato fondamentale il seminario universitario del prof. Di Cori, un uomo, uno psichiatra e insegnante all’Actors studio di New York, fuggito alle leggi razziali negli anni ’30, che ha lavorato al Centro Teatro Ateneo dell’Università la Sapienza negli anni ‘90, tenendo preziosi seminari sullo Psicodramma e il teatro delle emozioni, un vero e proprio percorso di drammatizzazione teatrale che consentiva ai partecipanti di relazionarsi con sé stessi, con le proprie paure e i tabù, rafforzando così una ricostruzione del proprio io e migliorando o riscoprendo le relazioni con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro, la società in generale.

Capitolo primo: Lo spazio scenico come veicolo d’intercultura

La cultura dell’identità parte dall’educazione e dal dialogo che è il punto di forza della lotta rivoluzionaria degli oppressi per liberarsi dalla sottomissione agli oppressori, come spiega Paulo Freire nel suo eloquente testo del’68 che ha avuto numerose edizioni, Pedagogia degli oppressi. Ma tale educazione alla diversità parte dall’infanzia ed è per questo che credo siano emblematici due testi: L’educazione dell’infanzia e il futuro del mondo (2012) di Angela Perucca e Il razzismo spiegato a mia figlia di Ben Jelloun. Nel primo Perucca e Canale pongono l’accento sull’importanza della persona e la sua capacità di comprendere il mondo nella sua interezza e ciò è importante che avvenga nella fase iniziale della sua esistenza come spiega l’autore magrebino alla figlia che pone delle domande al padre a proposito del razzismo considerandolo addirittura una malattia. La diversità è uno dei termini che compare nel bellissimo testo teatrale di Dreck: Schifo, rappresentato per la prima ad Amburgo nel ’93 e da Graziano Piazza al Festival Internazionale dell’attore di Parma nel ’97. Io l’ho visto e recensito nel 2015 al teatro Lo Spazio di Roma e ha come protagonista Sad, che non è solo uno straniero ma un clandestino che vende rose per campare cercando di sopravvivere in terra straniera, fatta di uomini che lo emarginano. Il teatro rende visibile spesso ciò che è invisibile alla cultura occidentale, questo è il messaggio del percorso di studio con Ferruccio Marotti che è stato uno studioso delle poetiche e teorie dell’evento teatrale e le problematiche antropologiche degli spettacoli dell’estremo oriente. Nelle sue lezioni ho conosciuto il teatro laboratorio di Grotowsky (’68) che fu regista del dramma Akropolis la cui azione si svolge nella Cattedrale di Cracovia, con una visione attualizzata che è ambientata nel campo di concentramento di Auschwitz e al posto dei personaggi degli arazzi che rivivono episodi dell’antico testamento, ci sono l’orrore e la bruttezza della sofferenza, gli attori indossano sacchi che coprono corpi nudi, gli internati sono le vittime e i carnefici dove illudendosi di costruire una realtà parallela sopravvivono attraverso i loro sogni, che sono anche sogni d’amore. Oltre alla storia degli ebrei, rappresentata nello spettacolo Ghetto, simbolo di tutte le discriminazioni, come protagonista la voce della speranza tra i popoli ghettizzati nella storia e le danze sulle note di Goran Bregovic visto all’ Eliseo in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria,  c’è un ‘altra storia che ha esercitato un immenso fascino sulle popolazioni occidentali e che un fotografo, esploratore ed etnologo come Curtis, ci racconta attraverso le sue straordinarie immagini, avendo vissuto in mezzo a loro e immortalando i loro usi e costumi i cui scatti recano il nome The North American Indian. A questa storia è dedicato uno spettacolo che ho visto e recensito “Ascolta il canto del vento” scritto da Ennio Speranza e diretto da Massimo Natale, dov’è portata in scena l’anima e il dolore degli indiani d’America. Altro esempio di teatro come veicolo d’intercultura è sicuramente la danza preghiera dei dervisci rotanti al Brancaccio, vista e recensita sul mio blog Pennadoro il teatro delle emozioni, un rituale di 700 anni fa dove la danza in modo circolare con la testa chinata verso il cuore è necessaria per raggiungere l’estasi mistica.

Capitolo secondo. Rifugiati e giovani immigrati di seconda generazione
Nel secondo capitolo invece, partendo da alcune definizioni esaminate dalla Kristeva e stati d’animo dello straniero errante, la sua possibilità di essere felice lontano dalla sua terra, compresa quella di umanesimo, un concetto propriamente europeo dove l’uomo sarebbe coinvolto in una ricostruzione continua della sua identità, dei suoi valori e delle sue situazioni personali, giungo al concetto di felicità elaborato da Vannuccini attraverso lo spettacolo Respiro, la seconda parte della trilogia del Teatro nel deserto, dove i protagonisti non sono attori e questo non è uno spettacolo ma un evento e il teatro è la sabbia del deserto per i richiedenti asilo del C.A.R.A. che raccontano in un linguaggio verbale e non verbale mentre echeggiano versi letterari, la loro fuga verso la libertà, trovando un’oasi di speranza, come l’acqua nel deserto. La felicità per lo straniero equivale alla sopravvivenza, alla possibilità di una vita altrove, come spiega Vannuccini. Visto che l’intercultura oggi non pone l’accento sulla fissità identitaria abbraccia l’elemento performativo e inventivo, ho esaminato dei gruppi di ricerca e scambio, spazi culturali polivalenti, uno di questi si trova al quartiere Pigneto di Roma, dove quest’estate è stato ospitato un progetto interessante come Percorsi Migranti, dove degli immigrati di seconda generazione si esprimano nel dialogo interculturale dando spazio all’innovazione che nasce dal rapporto con il contesto metropolitano multietnico.

Capitolo terzo. Spettatori di una nuova umanità per noi del Nord del mondo
  Una nuova umanità si affaccia sul teatro del mondo, ancora in gran parte clandestina, migrante ribelle.  A questa umanità e alla sua cultura letteraria l’autore dedica una raccolta di saggi, utilizzando la Letteratura comparata ossia la disciplina accademica in fase di estinzione, nata in Europa e Nord America che pratica e se necessario, rivendica la parità degli individui e dei popoli, studiando la letteratura da un punto di vista internazionale.  E’ la sinossi di Creoli, meticci, clandestini e ribelli, l’eloquente lavoro di Armando Gnisci[1], il mio professore di Letterature comparate alla Sapienza e che ho ritrovato nella mia biblioteca, sommerso dalla polvere e estremamente utile in questo contesto. Oltre ad aprire le menti, la letteratura comparata, come spiega il suo autore “fornisce una visione più ampia e inconsueta del valore della letteratura.” Questa materia che studiai con grande interesse e curiosità, mi ha abituato a riflettere rovesciando i modelli di pensiero ai quali siamo assuefatti. “Insegna come essere critici aprendoci all’importanza irrimediabile e ineludibile della presenza e del giudizio dell’altro e convincendoci che da quando si manifesta questo evento porta una grande opportunità, una salvezza, forse una gioia. La letteratura comparata permette che questo incontro ci possa trasformare e ci addestra a interpretarlo (l’incontro, non l’altro).”   Se è vero che i libri della nostra personale biblioteca, possono cambiare la nostra visione del mondo, è possibile sfogliare pagine contenenti storie di un’altra parte del mondo, capaci di “produrre educazione della diversità, decolonizzazione mentale e civile, creolità e futuro più aperto.”  L’autore spiega il valore pedagogico della sua disciplina nel libro preso in esame, partendo da lontano. L’educazione all’ascolto diventa un modo per trasformare l’altro, il diverso, in un nuovo cittadino del mondo. E così nord e sud del mondo diventano le due facce di un’unica medaglia, con comuni intenti d’incontro e condivisione. «Il teatro - come ha confessato Piazza nell’intervista che mi ha rilasciato - ha sempre rappresentato il mio tentativo di un ritorno a casa.   L’affrancamento di un' orfanezza dell’anima. La condivisione di un rito giocoso che lega le origini all’oggi. Il tentativo di un superamento dei limiti imposti dal Tempo e dallo Spazio per non farci invecchiare.  L’amore per l’Uomo, per tutte le sue moltitudini, senza il riparo delle maschere della vita si esprime nella compromissione che ricerco in scena. La parola, il gesto, la grazia sono gli strumenti necessari a travalicare la nostra perenne menzogna e onnipotenza deliranti con attenzione e cura. Il teatro ha sempre rappresentato il mio tentativo di un ritorno a casa.   Vivo del privilegio della non popolarità. Finché potrò permettermelo cercherò strade diverse che possano coinvolgere il pubblico perché questa invisibilità diventi un vantaggio». (Graziano Piazza)
Torna così il tema dell’invisibile che rende tutto possibile, ogni tipo d’incontro, ogni forma di comunione, condivisione e arricchimento. Ed è proprio con tale invisibile speranza che mi auguro di aver contribuito, attraverso i nomi degli autori letti, citati, degli attori apprezzati a teatro e delle preziose lezioni che hanno orientato la mia esistenza e di poter contribuire a un’educazione alla diversità negli spazi scolastici ed extrascolastici, affinché sia possibile un rapporto armonioso tra le diverse culture. Un ringraziamento speciale a chi mi ha seguito e mi è stato accanto in questi mesi di studio. Dedico questo lavoro a mio padre che amava leggere e conoscere la storia degli uomini e che insieme a mia madre, mi ha insegnato l’utilità e la bellezza della conoscenza, a Guido, sempre presente e ai cittadini del mondo.
                                                         Qualche libro letto e citato 


E' stato un momento intenso e straordinario quello della preparazione della tesi, nel bel mezzo dei terremoti che hanno colpito il centro Italia l'estate scorsa e graditissimi e commoventi sono stati i complimenti ricevuti dalla mia relatrice, la dott.ssa Perucca, la quale ha sottolineato l'originalità e la ricercatezza del lavoro svolto e scritto interamente dalla sottoscritta (Ma come si fa a copiare?)









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