Le Troiane di Argirò all'Arcobaleno

DAL 1 AL 10 MARZO 2019
Le Troiane di Seneca

Drammaturgia e regia Giuseppe Argirò

con Cinzia Maccagnano, Maurizio Palladino, Maria Cristina Fioretti, Marco Prosperini, Silvia Falabella e Filippo Velardi

Le Troiane costituiscono l’espressione migliore del talento drammatico di Seneca. L’autore latino si emancipa dal modello euripideo, rappresentando con maggiore decisione l’orrore del conflitto sullo sfondo della città distrutta. Protagonisti della tragedia sono i vinti: le donne troiane, testimoni di un eccidio etnico e culturale, simboleggiano la parte più vulnerabile della società, colpita senza pietà dalla guerra, da ogni forma di conflitto. Troia, infatti, potrebbe essere oggi qualsiasi città del Medio Oriente, basti pensare alla bellissima zona dell’antica città romana di Palmira devastata dalle orde barbariche del terrorismo islamico. La scrittura di Seneca ci ricorda che nessuno di noi ha la coscienza pulita e il silenzio complice è il peggiore dei misfatti.

 SABATO ORE 21.00
DOMENICA ORE 17.30
La recensione
Trovo che quella di Giuseppe Argirò, sia una missione di umanesimo attraverso l'adattamento e la regia de Le Troiane di Seneca, che vorrei paragonare ad uno spettacolo teatrale su altri oppressi nella storia: gli Ebrei. Tale dramma è Akropolis, di Wyspianski, diretto da Jerzy Grotowski e inserito nella mia tesi di laurea Il teatro come veicolo d'intercultura. 
Nella Cattedrale di Cracovia, si svolge l’azione, durante la notte della Resurrezione, dove i personaggi degli arazzi e delle sculture rivivono episodi dell’Antico Testamento e dell’antichità, come radici primordiali della tradizione europea. “L’autore ha concepito la sua opera come visione panoramica della cultura mediterranea, la cui trama caratteristica si troverebbe simboleggiata nell’Acropoli polacca.”
In questa visione del “cimitero della tribù” come la definisce Wyspianski, sia il poeta che il regista concordano nell’intento di “raffigurare la somma di una civiltà e verificane i valori, assumendo come pietra di paragone il contenuto dell’esperienza contemporanea.”
“Contemporaneo” per Grotowski, coincide con la seconda metà del ventesimo secolo, e questo rende crudele la visione del regista che proietta la storia nel fumo e nelle esalazioni di Auschwitz, non più nelle effigi immortali dei monumenti del passato. Quindi il “cimitero delle tribù” dove vagava il poeta della Galizia, si trasforma in un “cimitero” nel vero senso del termine, “tale da trasformare le più audaci figurazioni poetiche in realtà.” Il regista mostra l’orrore e la bruttezza della sofferenza, dove “l’umanità viene ridotta a primari riflessi animali: in una promiscuità malsana carnefici e vittime si confondono.”
Fui colpita dalle scene a cui assistevo, in un'altra lingua, dialoghi incomprensibili e pieni di pathos, la lotta di Giacobbe e l’Angelo, il dialogo d’amore di Paride ed Elena, il lavoro estenuante degli internati condotti nei forni crematori, miseramente, senza speranza alcuna di salvarsi. 
La rappresentazione “è concepita come parafrasi poetica di un campo di concentramento” in questo Teatro Laboratorio. In Akropolis, gli attori rappresentano l’esperienza estrema: la morte, mentre gli spettatori si sono fermati nell’ambito della vita corrente. Si ha come l’impressione che i morti siano generati da un sogno dei vivi. 
Nelle Troiane è mostrato l'orrore di ogni guerra. Un mare impetuoso introduce e porta con se sul finale i personaggi della vicenda che si apre con il ricordo straziante di Ecuba. La donna è vestita di nero, avvolta dal fumo di una città ormai distrutta. Molti uomini sono morti e forse la morte li ha salvati da un presente dove ogni esistenza è fragile e minacciata. I sacrifici umani finora compiuti sono stati inutili come quello di Ifigenia da parte di Agamennone eppure Ulisse vuole uccidere il piccolo Astianatte, figlio dell'eroe troiano Ettore, per scongiurare il pericolo che ricostruisca la città.
Pirro è animato dal proposito di uccidere Polissena, figlia del re di Troia, perché ritenuta causa della morte di suo padre Achille.
Vincitori e vinti continuano ad alimentare odio e la guerra prosegue tra le ceneri di una città che fu grandiosa. 
Tra uomini che indossano divise militari come fossero SS nazisti e donne mogli e madri straziate dalla perdita dei propri mariti e figli,  si consuma un atto unico d'immensa bellezza dove alle donne è affidata la responsabilità e il peso di una testimonianza e il racconto della bellezza della vita e la rassegnazione di fronte alla morte.

di Tania Croce

3 commenti:

  1. Trovo che il tuo paragone col dramma Akropolis riportato nella tua tesi sulla PEDAGOGIA INTERCULTURALE,sia perfetto ,sembrano scritti in contemporanea e si intersecano uno nel

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    1. Grazie per aver letto la mia tesi, per avermi accompagnato a Napoli a discutere la tesi, sono giorni, momenti ed emozioni indimenticabili! E grazie per i tuoi preziosi commenti!!!

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  2. l'altro per descrivere la teoria degli oppressi...grandi tutti regista,interpreti,Seneca storico e testimone che ci ha tramandato questo bellissimo dramma,ma l'applauso piu grande va a TANIA che CENTRA SEMPRE IL CUORE DELLO SPETTACOLO,LA SUA ESSENZA !NB...Chiedo scusa per il messaggio spezzato in due...ma colpa della connessione !

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