Giovanni Arezzo è il giovane Adolf Hitler. L'intervista

Debutta a Roma dal 4 al 6 novembre al Teatro de’ Servi, nell’ambito della stagione Fuoriclasse, dedicata alla drammaturgia contemporanea, MEIN KAMPF KABARETT  di George Tabori con la regia di Nicola Alberto Orofino. Ce ne parla l'attore e regista Giovanni Arezzo, nel cast di questo toccante spettacolo.

Tania Croce) Sei nel cast di uno spettacolo suggestivo sulla storia di un'umanità lacerata dalla Guerra e dall'attesa di un'esistenza possibile. Che sensazione hai provato nei panni del tuo personaggio?

Giovanni Arezzo) Ho provato una sensazione molto strana quando il regista Orofino mi disse che aveva pensato a me per il MEIN KAMPF, e proprio per il ruolo di Adolf Hitler: dover interpretare un uomo realmente esistito, e che ha influito in maniera irreversibile e così spaventosamente negativa nella storia dell’umanità, devastando il mondo intero, mi ha fin da subito riempito il cervello di domande e di dubbi. In realtà, l’Hitler che interpreto io è un giovanotto di provincia squattrinato e con il sogno di diventare pittore, di fare l’artista: non ha (ancora) messo a punto i suoi piani di devastazione e di distruzione del mondo. Ciò mi ha permesso di prendere un po’ le distanze (eticamente parlando, diciamo) dal Fuhrer per come lo conosciamo e lo abbiamo studiato noi a scuola, e ho cercato di costruire il mio personaggio utilizzando tutti i mezzi a mia disposizione (filmati, fotografie, biografie etc) per rendere coerenti i miei modi e le mie azioni a quella che è stata la realtà (non so quanti comizi in tedesco ho visto nel mese di prova dello spettacolo), restituendo però a un mostro come Hitler tutta l’umanità di cui aveva bisogno all’interno della fetta di storia che raccontiamo.

Tania Croce) La storia insegna a non compiere gli stessi errori, oppure pensi che il destino dell'uomo sia segnato dalla teoria dei corsi e dei ricorsi?

Giovanni Arezzo) L’uomo non riesce a non commettere errori. E gli errori, quelli enormi che poi entrano nella storia nostro malgrado, secondo me, nascono da sentimenti che sono propri della natura umana (quali l’odio, l’invidia, la paura del diverso). Per cui, anche se cambieranno le forme in cui si paleserà, il Male continuerà a segnare per sempre la quotidianità di ogni epoca. 

Tania Croce) Cosa è necessario insegnare ai giovani?

Giovanni Arezzo) Ti risponderei che sarebbe necessario insegnare ai giovani a considerare il rispetto nei confronti del prossimo, dato che il prossimo siamo ognuno di noi per le vite di tutti gli altri, la base della propria esistenza. Così sarebbe semplicissimo. Ma è da sempre che si insegnano ai giovani queste cose stupende, eppure sembra quasi che il genere umano regredisca. Per carità, tra sistemi touch-screen ovunque e tecnologie avanzatissime, ma io non vedo che regresso. Nel pensiero, nell’approccio alle cose, ai fatti, alle persone. 
Per cui, se dovessi veramente avere davanti un giovane a cui dire una sola cosa, gli direi: pensa con la tua testa senza farti accecare da pugni di fumo negli occhi, sforzandoti sempre di metterti nei panni degli altri quanto vorresti che gli altri lo facessero con te. 

Tania Croce) Il testo di Tabori, capovolge il Mein Kampf del Fuhrer. In che senso? 

Giovanni Arezzo) Qui si parla del Mein Kampf del Fuhrer molto prima che venisse scritto quel libro. E nel testo di Tabori è proprio Shlomo, addirittura un ebreo, a occuparsi della stesura di questo libro. Però, forse, il senso finale del libro e del pensiero che si cela dietro le pagine che lo compongono, non ne viene fuori poi così capovolto. Venire a vedere per credere, insomma. 

Tania Croce) Il teatro può essere una danza di speranza? 

Giovanni Arezzo) Io credo che il teatro debba essere bello. In quanto tale, poi, diventa tutto. Anche una danza di speranza. Ma anche un urlo di disperazione, uno svago, una lezione di storia, a volte di vita. Diventa tutto. 
Il teatro deve essere bello perché chi va a teatro deve riuscire a lasciare fuori dalla sala tutta la sua vita, e deve ritrovarla due ore dopo diversa, arricchita. Se quando esci dal teatro sei identico a quando sei entrato, qualcosa è andato storto. 
ll teatro deve essere bello perché i teatri devono tornare a essere pieni, non solo di addetti ai lavori ma di persone comuni. E questa è la mia personalissima danza di speranza. 

di Tania Croce 


Il comunicato stampa 

MEIN KAMPF KABARETT

di George Tabori

con Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi

scene e costumi Cristina Ipsaro Passione

assistente Gabriella Caltabiano

organizzazione Filippo Trepepi

Regia Nicola Alberto Orofino

Produzione Mezzaria Teatro

Dal 4 al 6 Novembre ore 21


Teatro de’ Servi

Debutta a Roma dal 4 al 6 novembre al Teatro de’ Servi, nell’ambito della stagione Fuoriclasse, dedicata alla drammaturgia contemporanea, MEIN KAMPF KABARETT di George Tabori con la regia di Nicola Alberto Orofino.

Un giovane ragazzo con la passione della pittura, arriva da Braunau sull’Inn a Vienna per tentare l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti. Squattrinato, infreddolito e costipato, trova rifugio in un dormitorio in cui vivono l’ebreo Lobkowitz e l’ebreo Herzl.

Una storia come tante, se non fosse che quel giovane ragazzo altro non è che l’uomo che da lì a qualche anno avrebbe abolito ogni libertà in Germania, causato un conflitto mondiale e ucciso sei milioni di ebrei.

MEIN KAMPF di George Tabori è un testo complesso, ricco di riferimenti religiosi, storici, intellettuali. 

Giovanni Arezzo, Francesco Bernava, Egle Doria, Luca Fiorino, Alice Sgroi portano in scena una gigantesca riflessione sul senso della vita e della morte, della storia e della fantasia, della verità e della bugia. Niente è come sembra perché tutto si mischia, tutto si può dire, tutto può accadere, tutto si può fare dentro l’ospizio della signora Merschmeyer sito in Vicolo del Sangue a Vienna.
L’ ebreo Herzl conduce il gioco. Lui che è un grande bugiardo, passa il tempo ad aspettare. L’attesa, condizione esistenziale ebraica, è il suo modo di vivere la vita.
Nell’attesa e nel dubbio esplodono fantasia e creatività: le bugie diventano l’unico nutrimento irrinunciabile dell’ebreo Herzl. Da lui e con lui prorompono in palcoscenico un ventaglio di personaggi stra-ordinari, forse frutto della sua fantasia. L’ebreo Lobkowitz che crede di essere Dio, la vergine Gretchen, la più intima proiezione di Herzl, contemporaneamente sogno d’amore e di erotismo, rappresentante di un mondo femminile che vorrebbe appagarlo, ma lo spaventa. Le giornate scorrono all’interno dell’ospizio viennese, le relazioni sempre più forti, le riflessioni sempre più argute, e ,quando sembra che un’improbabile quanto auspicabile amicizia sia ormai nata tra l’ebreo Herzl e il giovane “ariano” di Braunau sull’Inn, arriva la signora Morte per prendersi il futuro Fuhrer, quale suo aiutante prediletto. La storia non si modifica, il futuro degli uomini è segnato dentro il taccuino che la cieca signora dell’Aldilà consulta per avvisare i clienti che l’ora è giunta. Il senso della Storia rimane interdetto, meraviglie e orrori del passato e del futuro che verrà, non possono trovare spiegazioni umane.
MEIN KAMPF, rovesciando completamente l’omonimo libro del Fuhrer, è una lezione di vita, perché di attesa e d’incapacità di leggere e ragionare sugli accadimenti della nostra esistenza, di frustrazioni e inumanità, di bramosia di potere e leaderismo siamo ammalati in tanti, oggi come ieri. In un contesto del genere, tutto può accadere anche oggi, come quando in quel tempo non tanto lontano.

“Ho aggiunto il sottotitolo KABARETT, al titolo MEIN KAMPF del testo di Tabori”- annota Nicola Alberto Orofino. “Il Kabarett, da un punto di vista tematico e stilistico faceva spessissimo uso della satira, soprattutto affrontando argomenti legati alla società e alla politica, non ultimo il nazismo. Inoltre l’antisemitismo dilagante in quegli anni colpì duramente anche la comunità degli artisti del Kabarett, perché molti di loro erano ebrei. L’ironia a tratti feroce che pervade il testo, mi ha fatto pensare che questa forma di spettacolo tanto si avvicina allo spirito dell’opera. Infine ho preferito usare il termine Kabarett a Cabaret nel rispetto di una differenziazione proposta dagli stessi studiosi e artisti tedeschi dell’epoca: cabaret indica solo gli spettacoli più piccanti e di grana grossa, mentre il termine Kabarett sarebbe riservato agli intrattenimenti di satira sociale e politica.
E intrattenimento di satira sociale e politica mi sembra la definizione più giusta per il tipo di lavoro intrapreso.”

Ufficio Stampa


Maresa Palmacci 348 0803972; palmaccimaresa@gmail.com




2 commenti:

  1. Bella intervista...con belle domande e altrettante risposte...date da un ragazzo che impersona Hitler giovane...pieno e ricco di speranze...gran bel messaggio !!

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    1. L'intervista svela particolari sul personaggio, sullo spettacolo e riflessioni davvero utili e interessanti!

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